Su questa storia dell’austerità
Se ne parla tanto in questi giorni, dopo che politici italiani ed europei hanno sottolineato la necessità di mettere fine al rigore, e di avviare politiche per la crescita. E dopo la pubblicazione di uno studio salutato da Paul Krugman e da esperti e giornalisti di noialtri come la dimostrazione del fallimento del neoliberismo selvaggio basato sul ‘dogma dell’austerità espansiva’, è tutto un risuonare di ‘ve l’avevo detto io’, ‘ci voleva tanto a capirlo?’, e ‘è ovvio che è così’. Articoli e commenti recitano: l’austerità ci sta uccidendo, sta strangolando la povera gente e l’economia reale per salvare le banche, e i poteri forti.
Ora, almeno in Italia, non si capisce bene di cosa si sta parlando. Basta guardare i dati pubblicati oggi dall’Istat nel Rapporto 2013. E cioè, le uscite dello stato:
E le entrate:
e poi un’altra tabella, sempre dal Rapporto, sui dati in percentuale al Pil:
Utile infine riportare il commento a questi dati nella sintesi del Rapporto 2013:
I saldi di finanza pubblica indicano che, nonostante le condizioni negative del ciclo, l’indebitamento netto delle Amministrazioni publiche in rapporto al Pil è sceso del 3 per cento, valore obiettivo per ambire al rientro della procedura di disavanzo eccessivo, aperta nei confronti dell’Italia dalle istituzioni europee nel 2009. Al netto della spesa per interessi, si è registrato un consistente avanzo primario, pari al 2,5 per cento del Pil, e superiore di 1,3 punti rispetto a quello del 2011. LA riduzione dell’indebitamento netto è dovuta in larga misura all’aumento della pressione fiscale che ha raggiunto il 44 per cento. La dinamica della spesa pubblica è stata più contenuta: le uscite correnti al netto degli interessi si sono ridotte dello 0,5 per cento, quelle totali sono cresciute dello 0,6 per cento. Al contempo, stante la debolezza dell’economia, l’incidenza del debito sul Pil è comunque aumentata, arrivando al 127 per cento.
Dunque, parlare di politiche di austerità, almeno in Italia, significa, banalmente, parlare di aumento della pressione fiscale. La spesa pubblica è rimasta saldamente intorno al 50% del Pil, al di là della panna montata giornalistica sulla ‘spending review’ del Governo Monti. I commenti sullo “sciagurato liberismo selvaggio” in questo contesto, suonano piuttosto grotteschi. Se di austerità proprio si deve parlare, si dovrebbe specificare che il rigore ha riguardato, in Italia, soprattutto i privati, e non certo lo Stato.
Il dibattito austerità – crescita, proiezione politico-giornalistica di quello tecnico tra economisti ‘keynesiani’ e ‘liberisti’, che infiamma sui giornali e media italiani e internazionali, appare poi piuttosto insensato per un altro aspetto. E cioè il parlarne in termini astratti, scollegati dalla casistica dei vari Paesi, come se Italia, Danimarca, Usa e Bulgaria, fossero interscambiabili. Per quel che riguarda l’Italia, anche ammesso che la spesa pubblica possa essere utile per stimolare la domanda aggregata in un momento di crisi, e riconosciuta l’evidenza che in Italia è ridicolo parlare di austerity per il settore pubblico, c’è da chiedersi se gente come Krugman, o Rampini, o chi per loro, abbiano mai dato un’occhiata a come vengono usati quegli oltre 660 miliardi annui di uscite (al netto degli interessi). Per brevità, le si potrebbe definire un enorme aggregato di attività gestite in base a scelte rispondono a interessi politici e clientelari, a procedure e logiche burocratiche incomprensibili, piuttosto che ai rischi e agli incentivi che derivano dall’operare in un contesto concorrenziale, selvaggiamente liberista.
Ps. Lo studio che corregge i risultati di Rogoff e Reinhart sulla correlazione tra debito pubblico e crescita non ‘falsifica’ le teorie sull’austerità (qualunque cosa siano), semplicemente corregge i dati di Rogoff e Reinhart.
Cosa mi preoccupa del Movimento 5 stelle
Non tanto il programma. Nei propositi dei 5 stelle c’è un po’ di tutto, da misure ‘stataliste’ fondate vagamente sulla retorica del bene comune e della condanna del profitto, a quelle ‘anti-stato’ (per lo meno, anti-stato italiano), di sburocratizzazione e sgravio degli oneri pubblici che opprimono piccole imprese (piccole, perché quelle grandi assomigliano sempre troppo, in un modo o nell’altro, ai ‘poteri forti’, e non è chiaro, a dar retta ai 5 stelle, dove stia il confine tra piccole e oneste e grandi e cattive) e soffocano il territorio. Il linguaggio è quello delle nuove etiche collettive alla Latouche: ‘di prossimità’, ‘a km 0′,sostenibile, partecipativo, attivo, ‘critico’, o ‘responsabile’ (aggettivi combinabili a piacere con cittadino, consumo, mobilità, agricoltura, comunicazione, e ci si può sbizzarirre a inventare combinazioni sempre di nuove). Ma tutto sommato il programma dei 5 Stelle lascia il tempo che trova come tutti gli altri, e troverà il principale oppositore nelle proprie stesse contraddizioni.
Piuttosto, ciò che preoccupa è il concetto che manda in sullucchero i pentastellati: la democrazia diretta. L’idea che sia possibile decidere ‘tutti insieme’, la partecipazione totale, il popolo che sceglie il proprio destino. “Siamo tutti portavoce”, “uno vale uno”, siamo tutti delegati senza più gruppi di persone in minoranza che fanno come gli pare, senza consultare i cittadini, perché i cittadini siamo noi. Parole d’ordine sono e-democracy, democrazia liquida, democrazia partecipata, l’abolizione delle intermediazioni rappresentative e conseguente abolizione di ogni potere arbitrario. Grazie alla rete, e a nuove tecnologie presumibilmente rivoluzionarie (come la piattaforma Liquid Feedback), per i 5 stelle, si apre la possibilità di attuare concretamente il sogno di Rousseau: il Popolo sovrano che ha finalmente potere decisionale diretto nel rispondere ai propri bisogni e modellare il proprio futuro.
Preoccupa perché questo sogno è logicamente irrealizzabile, e di conseguenza si può tradurre in concezioni arbitrarie del potere politico. Per definizione ogni “scelta pubblica” è selettiva, esclude cioè delle possibilità che, magari, a qualcuno interessano. E’ proprio per risolvere questo problema – l’impossibilità di includere e conciliare gli interessi e i desideri di tutti – che esistono istituzioni democratiche e uno stato di diritto funzionali ad impedire che qualche gruppo, circolo, movimento o partito, abbia il monopolio definitivo del potere, e dunque abbia discrezionalità arbitraria sulle decisioni che riguardano tutti. Tuttavia, perché questi sistemi funzionino, tutte le forze in campo devono riconoscere l’idea di non essere le sole, e portatrici di verità assolute. Piuttosto, sono soggetti portatori di ricette diverse in offerta sul mercato politico, che i cittadini scelgono o rigettano col loro voto, e che sono valide solo fino al voto successivo.
Ma nell’ideologia a 5 stelle (o magari solo in quella della premiata ditta Casaleggio, questo riconoscimento di fondo del gioco democratico non sembra poter trovare posto. L’idea stessa di ‘democrazia diretta’ e di società che ‘decide collettivamente’ che piace tanto ai grillini non lo permette, salvo diventare incoerente. Non a caso il Movimento 5 stelle si dichiara ‘espressione della società civile’, entità unica e indivisibile, da cui evidentemente sono esclusi gli svariati milioni di elettori che hanno scelto i vecchi partiti o l’astensione. Se un giorno il Movimento 5 stelle “arriverà al potere da solo”, come auspicato dal suo ‘guru’ dovrà chiedersi concretamente cosa farsene, di questi milioni di cittadini “che sbagliano” (ma anche fossero centinaia o decine, il problema rimarrebbe) senza rinnegare i propri slogan totalizzanti e traformarsi in un partito come tutti gli altri.
Chiedendo il permesso a Lorella Zanardo?
Come si fa a cambiare le abitudini, gli interessi, o gli atteggiamenti delle persone? Lorella Zanardo si batte da anni per cambiare la concezione di molti uomini e donne italiani del corpo femminile. E’ difficile esporre sinteticamente le sue idee (che presuppongono, tra l’altro concetti particolari come gli effetti delle immagini visive sulla percezione e sui comportamenti, ciò che lei chiama ‘ecologia dello sguardo’), ma si può forse descrivere brevemente i suoi obiettivi: convincere adulti e ragazzi (forte è la sua presenza nelle scuole) che alcuni modi di concepire, esibire, desiderare o far desiderare il corpo femminile sono un’offesa alla dignità umana, equiparabile ad altre forme di discriminazione, come il razzismo. Leggi il seguito di questo post »
Il problema del giustizialismo
Stasera Antonio Ingroia era ospite a In onda su La7, il programma di attualità, da qualche giorno condotto da Filippo Facci e Natascha Lusenti. Il magistrato siciliano ha spiegato che uno dei problemi più gravi in Italia consiste nella “mancanza di verità”. In poche frasi, ha espresso il suo pensiero sul lavoro di magistrato: cercare appunto “la verità”, e “fare giustizia” dei tanti crimini commessi nel nostro Paese, dalle stragi mafiose alle tante interferenze nella vita pubblica della criminalità organizzata. Leggi il seguito di questo post »
Per Olimpia, in memoriam (1998 – 2012)
Luigi Boccherini, La musica notturna delle strade di Madrid – Passa Calle









